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“Com’è nato questo libro? E perché? Me l’hanno chiesto molti.
E in effetti sono stato a lungo incerto se scrivere della mia
esperienza di Capo di Gabinetto del Vicepresidente del Consiglio,
Gianfranco Fini, nei cinque anni del Governo Berlusconi…”
“Chi te lo fa fare”, mi dicevano.
“Dovrai dire anche qualcosa di
critico. Ti farai nemici”. Non mi hanno
convinto. Ho sentito, invece, il dovere di
offrire una testimonianza a quanti si interessano
della vita delle istituzioni, della
politica nel senso più nobile del termine.
Che è individuazione delle scelte destinate
a soddisfare le esigenze della comunità,
cioè a realizzare quello che si chiama
“bene comune”, attraverso “politiche”
economiche e sociali idonee a favorire lo
sviluppo morale e materiale della società.
In questo senso un uomo delle istituzioni,
come io sono per cultura e per professione,
in quanto magistrato della Corte dei
conti, credo abbia il dovere di esprimere
valutazioni su come è stata gestita la cosa
pubblica, che è gestione di risorse prelevate
dalle tasche dei cittadini per finalità che
non sono “di partito”, anche se sono necessariamente
i partiti e le loro coalizioni
a governare le scelte.
Pertanto, con assoluta indipendenza, ho
voluto esporre in questo libro alcune mie
personali opinioni sulle cose fatte e su
quelle che, a mio avviso, andavano fatte o
che andavano fatte diversamente. Valutazioni
che, in una certa misura, riguardano
qualunque Governo che intenda effettivamente
perseguire il bene comune, dalla
politica della pubblica amministrazione a
quella della famiglia, della scuola, dell’industria
e del commercio. Per non parlare
dell’ordine e della sicurezza pubblica.
Cominciamo dalla pubblica amministrazione,
certamente la grande trascurata da
troppi governi e da troppi anni. Ed è, in
una certa misura, difficilmente spiegabile,
se non con la modestia di gran parte della
classe politica dei nostri tempi. Perché è
evidente che un governo, qualunque governo,
che intenda perseguire obiettivi di
sviluppo economico e sociale della società
dovrà operare attraverso le proprie strutture
amministrative, con gli uomini di cui
dispone e con gli strumenti operativi dei
quali questi si avvalgono. Questo vale per
la politica economica, per quella fiscale,
per l’ordine pubblico, per la scuola.
È talmente evidente che non si comprende
come il problema non venga percepito
come prioritario. In ogni settore occorrono
buoni operatori e leggi adeguate alle
esigenze del momento. I buoni operatori
vanno selezionati e retribuiti adeguatamente.
E motivati. Occorre, cioè che essi
sentano che il Governo e l’opinione pubblica
li riconoscono come efficienti e fedeli
servitori delle istituzioni.
Non è accaduto negli ultimi anni. Ed è
gravissimo. Basta conoscere un po’ di
storia per verificare che i grandi paesi
occidentali hanno tradizionalmente grande
cura dell’apparato amministrativo.
Hanno una grande tradizione amministrativa.
Nel libro faccio gli esempi della
Francia, della Germania, della Gran Bretagna,
della Spagna. Ed ancora tutti hanno
a mente, per averlo letto più volte, il
ricordo dell’efficienza dell’Imperial regio
governo di Maria Teresa, Imperatrice
d’Austria.
Insisto sempre, e da molto, in tutti i
miei interventi, e in ogni occasione,
su questo argomento. Ricordando
che uno stato liberale, con ampia
devoluzione al privato delle iniziative
economiche e sociali (queste ultime
anche in virtù del principio di sussidiarietà accolto dall’art. 118
della Costituzione), esige una pubblica
amministrazione efficiente.
Perché delineare politiche e coordinarle
richiede assai più professionalità
di quanta ne occorra nel fare,
nell’eseguire.
Nel libro faccio anche l’esempio dell’inadeguatezza
delle politiche familiari.
La Repubblica, si legge nella
Costituzione, “riconosce i diritti della
famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio” (art. 29).
Espressione normativa di elevatissimo
contenuto, innanzitutto perché
“riconoscere” significa prendere atto
che quella “società naturale” preesiste
allo Stato che ne condivide le
finalità di interesse pubblico. La procreazione
e l’educazione dei figli (art. 30),
necessarie per lo sviluppo della comunità,
che ha esigenza di contare su cittadini
onesti e professionisti capaci. Famiglia
significa anche fattore di protezione dei
giovani, ad esempio nei confronti del disagio
(del quale un aspetto drammatico è
costituito dalla dipendenza da droghe), ed
assistenza ai malati ed agli anziani, quasi
sempre in un ruolo di supplenza nei confronti
delle istituzioni pubbliche.
La famiglia è anche un importante operatore
economico. Interviene sul mercato
dei beni e dei servizi, se dotata di adeguate
risorse. Altrimenti non è in grado di
risparmiare e di spendere. E questo si
ripercuote sull’economia dell’intero paese.
Il calo delle nascite, anche se non se ne
parla, è destinato a ridurre posti di lavoro
in ogni settore, dai servizi (la scuola, ad
esempio) a molte produzioni.
Per questo, molti paesi
stanno attuando politiche
familiari capaci di favorire,
anche attraverso riduzioni
fiscali, l’incremento delle
nascite ed il benessere delle
famiglie. Si tratta, in sostanza,
di tener conto che
l’educazione dei figli e l’assistenza
ai malati ed agli
anziani rappresentano un
importante valore sociale,
per cui gli oneri relativi
meritano un riconoscimento
sotto il profilo tributario,
in quanto spesa di produzione
di una ricchezza che è
destinata a divenire capitale
dell’intera comunità. Lo si
sta facendo, proprio in questi
anni, in Francia ed in
Svezia . L’Italia, ancora una
volta, è indietro.
Nel settore dell’economia
ho svolto alcune considerazioni
sul mancato controllo
dell’aumento dei prezzi a
seguito dell’introduzione
dell’euro. Non è colpa della
moneta, che è naturalmente
neutrale, ma dell’inadeguata
attenzione delle autorità
per le speculazioni messe in
atto in tutti i settori. Ed il
primo cattivo esempio lo ha
dato proprio lo Stato. Dacché
il canone RAI, che in
lire superava di poco le 100
mila, in euro è stato fissato
nella stessa misura. Cioè nel
doppio!
Anche le dismissioni del
patrimonio immobiliare
pubblico sono state condotte
male. Attraverso società
di intermediazione che,
nell’ottica del profitto, hanno
lucrato ingenti vantaggi
che si sono trasformati in
oneri pesanti per gli inquilini
acquirenti, che avrebbero
pagato di meno le case se
vendute direttamente dallo
Stato e dagli enti pubblici,
con mutui agevolati.
Il mio è un libro politico?
Direi meglio che tratta di
politica o, come si dice, delle
“politiche pubbliche”. Ma
non affronta i vari problemi
dei quali si occupa nell’ottica
del politico, inteso come
uomo di parte. Dietro ogni
considerazione c’è una riflessione
che un uomo delle
istituzioni ha potuto fare da
un osservatorio privilegiato,
com’è certamente il Palazzo
del Governo, cercando di
dare una chiave di lettura di
molti avvenimenti ed offrendo
spunti di riflessione
che, come ho già detto, possono
essere utili a chiunque
si occupi di gestione della
cosa pubblica.
Ho cercato anche di
“animare” i luoghi dove si
assumono, o si sarebbero
dovute assumere, le decisioni.
Ho descritto ambienti e
citato i protagonisti delle
decisioni, politici e tecnici.
E mi auguro che anche questo
sia servito a facilitare la
lettura ed a stimolare qualche
riflessione.
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