L'On. Vannino Chiti Ministro per i Rapporti con il Parlamento e Riforme Istituzionali ad AtlasOrbis
 
 
 

Signor Ministro, esiste tra i progetti del governo una riforma per le forze di polizia (eliminazioni di comandi pletorici ormai legati a logiche obsolete che fanno riferimento ad un controllo ottocentesco del territorio) che contempli una sorta di diversificazione netta dei compiti istituzionali (ad esempio controllo del territorio demandato alla Polizia di Stato e specializzazioni demandate ai Carabinieri e/
o Guardia di Finanza), o una loro unificazione presso il Ministero degli Interni, visto che comunque il coordinamento cede il passo di fronte alle logiche opportunistiche ed individualistiche di ogni singola forza di polizia?

"La prima esigenza è ridare alle forze dell’ordine la piena percezione dell’importanza del loro ruolo e dell’impegno con cui il Governo intende rafforzare il comparto.
Sul piano organizzativo il sistema di pubblica sicurezza è sicuramente troppo complesso, necessita di un’opera di semplificazione e di un forte coordinamento, ed è in questa direzione che intendiamo muoverci, partendo da una consapevolezza più generale: occorre realizzare quest’opera di riorganizzazione rivedendo tutto il sistema della sicurezza nazionale alla luce dei profondi cambiamenti che hanno attraversato l’Italia. E’ cambiato il contesto sociale e abitativo; sono cambiate le città e soprattutto le loro periferie.
Senza mettere in dubbio l’importanza dell’esistenza di più forze di polizia, dobbiamo quindi raggiungere il maggior coordinamento possibile puntando ad una migliore distribuzione sul territorio che produca una forte sinergia nell’azione sul campo.
Aggiungo altri obbiettivi che ci siamo posti per andare in questa direzione: la completa integrazione delle banche dati di cui si avvalgono le forze dell’ordine; il pieno funzionamento delle centrali operative unificate, il che richiede una struttura di comunicazione interna altamente efficiente; un’attenta individuazione di eventuali sprechi o utilizzazioni errate di personale e una conseguente ricollocazione secondo le esigenze reali, le emergenze o le priorità contingenti.
Ma anche sul piano locale vogliamo lavorare sulla diffusione di un impegno per la sicurezza. I Comuni svolgono già un ruolo importante, ma noi nell’ultima legge Finanziaria abbiamo aggiunto un elemento di novità significativo: adesso possono destinare dei fondi propri per progetti di sicurezza realizzati insieme al Ministero dell’Interno. Credo sia una forma di collaborazione diretta fondamentale. Oltre a misure efficaci da un punto di vista dell’organizzazione delle forze dell’ordine, dobbiamo proporci di estendere l’impegno sui temi della legalità e della sicurezza e quello perché vi sia nella opinione pubblica un forte sostegno e solidarietà nei loro confronti."

L’incidenza della politica energetica nella penisola Italiana (mancanza di ricerca di fonti alternative, eccessiva dipendenza dagli stati stranieri – Francia (nucleare), Russia (gas) e paesi nordafricani (petrolio) in primis –) sulla vita economica del paese, ha portato negli ultimi anni ad un incremento del costo dell’energia che ha creato un asimmetria e progressiva mancanza di competitività della nostra economia rispetto agli altri paesi europei. Non sarebbe auspicabile investire massicciamente sulla ricerca energetica alternativa al fine di: non dipendere da Stati stranieri visti gli ultimi avvenimenti internazionali (crisi mediorientali o russo-europea); ridurre i costi dell’energia (anche attraverso l’utilizzo del nucleare - visto che viene comunque utilizzato a pochi Km dai nostri confini-), con ripercussioni positive sulle risorse da investire nelle politiche sociali e sulla ricerca; tutelare l’ambiente con politiche energetiche alternative anche in virtù dell’intervista rilasciata dallo scienziato James Lovelock alla nostra rivista, che fa presagire uno scenario apocalittico per il futuro del nostro pianeta, a seguito delle politiche economiche scellerate poste in essere dall’intera umanità e che hanno danneggiato forse irrimediabilmente l’ambiente?

“Non credo ci si possa porre come obiettivo realistico di medio termine l’indipendenza energetica del nostro paese. Penso naturalmente che si debba operare in questa direzione e che occorra intanto rafforzare la nostra produzione interna, diversificando le fonti, sviluppando le energie alternative. Al tempo stesso è necessario investire nella ricerca e, per garantire la sicurezza del paese in questo campo, procedere anche ad un ’attenta diversificazione delle importazioni.
La strada del nucleare da fissione presenta diversi motivi di perplessità. Le scorie derivanti dall’attività delle centrali devono essere collocate in siti appositamente predisposti la cui totale sicurezza nessuno scienziato è ancora in grado di garantire, innanzi tutto perchè la loro radioattività decade in un lasso di tempo di centinaia o migliaia di anni.
L’Italia per la sua configurazione e la densità abitativa non presenta soluzioni facilmente gestibili. Sul piano strettamente utilitaristico c’è un altro elemento che ci allontana da questa opzione: se avviassimo oggi un piano di lavoro per la produzione nucleare avremmo le prime centrali operative solo fra vent’- anni. E non dimentichiamo che sulla base di queste stesse considerazioni vent’anni fa gli italiani hanno espresso, attraverso un referendum, la loro contrarietà all’energia nucleare.
In base a questi presupposti ritengo che la strada da percorrere sia questa: sul medio e lungo periodo la ricerca italiana deve supportare il lavoro dei principali centri di ricerca che nel mondo lavorano allo studio del c.d. nucleare pulito, cioè quello da fusione. Lo stesso investimento di ricerca sarà destinato alle energie rinnovabili: le nostre condizioni geografiche danno grandi potenzialità di sviluppo al settore. Nel nostro programma ci siamo posti l’ambizioso obbiettivo del raddoppio della produzione energetica da fonti rinnovabili e sostenibili, raggiungendo la quota del 25%. Nell’immediato il nostro compito primario è quello di recuperare il tempo perduto nella scorsa legislatura e predisporre un piano energetico basato su due principi fondamentali: energia a minor costo anche attraverso concrete misure di liberalizzazione e un sistema energetico moderno e sostenibile dal punto di vista ambientale.
Occorre innanzi tutto puntare alla diminuzione dei consumi di combustibili fossili, tra i quali dobbiamo privilegiare il gas naturale che è il meno inquinante. Nel campo dei trasporti attraverso il riequilibrio a favore della ferrovia, del cabotaggio e del trasporto collettivo. Nel settore produttivo, nei servizi, nella produzione e nel consumo elettrico si deve puntare ad un complessivo aumento di efficienza, sviluppando anche il sistema di cogenerazione nella produzione di energia.
Aggiungo un altro ambito, il consumo domestico. I nostri edifici disperdono nell’ambiente esterno più dell’80% del calore sviluppato dai sistemi di riscaldamento. Le case ad alta efficienza energetica consentono di abbattere questa dispersione del 300%. Il governo, già con la sua prima Finanziaria, ha voluto dare un segnale forte nella direzione del risparmio energetico.
Abbiamo voluto introdurre delle agevolazioni tributarie per chi sceglie di ristrutturare la propria abitazione per migliorarne l’efficienza termica ed energetica e di destinare un fondo per incentivare la costruzione dei nuovi edifici con queste caratteristiche. Inoltre sono previsti degli incentivi per lo sviluppo dei biocarburanti e l’Iva agevolata per l’utilizzo e la fornitura di energia ecologica”.
Ci sono anche misure per la rottamazione di elettrodomestici e la loro sostituzione con altri più moderni e a più basso consumo.

Cosa pensa dell’incidenza delle comunità cinesi sulle politiche economiche e del lavoro, visto il loro “modus operandi” che prevede un “Dumping economico” che porta dapprima ad una concorrenza sleale con le preesistenti ditte italiane (quelle che applicano le normative previste dalla legislazione sociale) e poi attraverso il loro rilevamento a seguito del fallimento (il tutto alla luce della scientifica acquisizione di settori merceologici che permetteranno loro di avere presto un monopolio economico, con conseguente ricadute negative sulla tutela dei lavoratori)?

“Il rispetto delle regole del commercio internazionale è una questione che nel rapporto con la Cina va affrontata; sul rispetto delle regole non vi può essere incertezza o indifferenza. Si tratta di un tema di competenza europea, oltre che di interesse del W.T.O. In quelle sedi l’Italia farà valere i suoi legittimi interessi.
Ma, detto ciò, ritengo che una visione pessimistica del ‘fenomeno Cina’ porti alla conseguenza di non saper vedere e sfruttare le grandi opportunità che abbiamo di fronte. Dobbiamo impegnarci con una strategia complessiva per un'ulteriore espansione degli investimenti italiani in Cina, in un rapporto di causaeffetto con un clima di fiducia nelle opportunità che questo nuovo mercato può offrire alle imprese italiane. Teniamo ben presente che dalla Cina arriva una grande domanda di tecnologia e di beni di lusso, settori nei quali possiamo eccellere come pochi. E questa domanda non può che crescere proporzionalmente alla crescita economica cinese che sta procedendo a ritmi impressionanti. Il protocollo d’intesa sottoscritto a novembre dal ministro degli Esteri D’Alema col suo collega cinese percorre proprio questa strada virtuosa: in esso si ribadisce l'impegno per un raddoppio, nei prossimi cinque anni, del volume dell'interscambio, al fine di riequilibrare la bilancia commerciale, in questo momento fortemente a favore dei prodotti cinesi. Nel protocollo a noi viene chiesto che le imprese italiane partecipino attivamente allo sviluppo dell’apparato produttivo cinese. Si tratta di saper cogliere questa grande opportunità. Che peraltro non è l’unica: si tratta di saper cogliere un’altra grande potenzialità. L’Italia può diventare il naturale approdo dei prodotti provenienti dalla Cina e da tutto l’oriente (India in testa) che transitano per il canale di Suez. La nostra posizione geografica ci mette nelle condizioni di essere un molo naturale al centro del Mediterraneo. Abbiamo la possibilità di trasformare ‘l’invasione’ cinese in un volano per grandi investimenti. L’intendimento del nostro governo è di cogliere nella sua interezza queste opportunità. Così come negli anni Cinquanta i porti dei Paesi Bassi seppero sfruttare l’espansione commerciale statunitense fungendo da porta d’accesso delle merci americane.
Naturalmente è necessario attrezzare e rendere moderni, competitivi i nostri porti e aeroporti.
Ed è indispensabile estendere ovunque la legalità. Nessuno investirà in territori in cui esista la legge della criminalità anziché quella dello Stato.

Cosa pensa dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, anche in virtù delle recenti dichiarazioni rilasciate dal Santo Padre nella sua visita ad Istanbul ?

“L’ ingresso della Turchia nell’Unione Europea è un importante traguardo da raggiungere: l’Italia, non solo il governo ma anche le principali forze dell’opposizione, è favorevole e impegnata per questo risultato. Ci troviamo di fronte all’emergenza di un terrorismo che vuole provocare la guerra tra civiltà. E’ compito e responsabilità dell’Europa favorire l'incontro e scongiurare lo scontro. L'adesione di un Paese democratico a grande maggioranza musulmana renderà l’Unione Europea una casa comune di popoli che condividono valori comuni: libertà, democrazia, laicità, assoluto rispetto dei diritti umani, pace e non violenza.
Anche sul piano strategico esistono motivazioni a sostegno dell’apertura: l’allargamento dei confini europei al territorio turco rafforzerebbe ulteriormente la politica di sicurezza comune dell'Europa e consoliderebbe la posizione dell’Unione sullo scacchiere mediterraneo.
La recente frenata su alcuni punti oggetto del negoziato, quelli relativi all’ apertura dei porti e degli aeroporti turchi al traffico da Cipro, denota la necessità che venga seguito un percorso di lavoro approfondito, nel corso del quale le diverse questioni poste sul tavolo siano discusse nel tempo necessario, senza accelerazioni forzose che possono minare la solidità e chiarezza dell’accordo, ma anche senza rinvii pretestuosi.
Papa Benedetto XVI, in occasione della sua recente visita, ha incoraggiato il cammino di dialogo e di inserimento in Europa della Turchia, sulla base di valori e principi comuni. E’ importante questo impegno. Le grandi fedi religiose hanno un ruolo insostituibile per costruire la pace e contribuire a rendere saldo il comune edificio europeo. Naturalmente il primo elemento fondante di questo storico accordo dovrà essere la piena condivisione, il rigoroso rispetto e l’attuazione dei valori e dei principi cui faceva autorevolmente riferimento anche il Santo Padre e su cui si fonda la comunità del vecchio continente.”

  Intervista a cura del Dr. Fedele Verzola