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Presidente Pallavicini,
dopo l'11 settembre si parla di scontro fra civiltà, Occidente ed Oriente, e
la gente ha iniziato ad interessarsi all'islam, purtroppo a causa delle
forme di fanatismo-fondamentalista, e pertanto in una accezione negativa,
dimostrando spesso timore e diffidenza per tutto ciò che è Oriente o
islamico. Oltre al dialogo, come pensa si possa far comprendere al cittadino
la netta distinzione tra religione islamica ed eventuali strumentalizzazioni
di natura fanatico-radicalista?
Prima dell’11 settembre la società
italiana aveva maturato sull’islam diffusi pregiudizi di carattere culturale
condizionata dalla letteratura orientalistica del periodo coloniale e dalle
cronache dei missionari. Sulla base di questa profonda ignoranza si sono
sviluppati stereotipi che tendono ad associare il musulmano ad un beduino,
dai costumi barbari e stravaganti, dagli usi tribali e arretrati soprattutto
nei confronti delle donne e dell’educazione. In questo clima, una imprevista
e crescente ondata di immigrati dall’Africa e dall’Asia, hanno sottoposto
gli italiani al confronto con una realtà ben diversa da quella descritta nei
romanzi ottocenteschi. La società orientale degli anni ’70 era in gran parte
caratterizzata dagli stravolgimenti dei Paesi in via di sviluppo politico ed
economico e la profonda trasformazione prodotta dal progresso tecnologico e
dal pensiero moderno metteva in discussione i valori tradizionali e
spirituali che alcuni scrittori occidentali del secolo precedente avevano
mal descritto interpretando esoticamente e faziosamente la diversità
culturale.
La ricerca di un benessere materiale ha
spinto milioni di uomini e donne a cercare maggior fortuna fuori dal proprio
Paese, ridisegnando la gerarchia delle priorità dell’esistenza a favore di
un modello di vita occidentale, estraneo alla propria cultura e mentalità.
L’obiettivo primario degli immigrati è quello di beneficiare di contesti
politici e commerciali che permettano dopo anni di sacrifici e duro lavoro
il raggiungimento di una migliore qualità di vita per se stessi, la propria
famiglia e, se possibile, i parenti stretti rimasti in Patria. La cultura
nazionale e la fede religiosa vengono vissuti dalla stragrande maggioranza
degli immigrati in modo riservato, con grande sensibilità, all’interno delle
mura domestiche o negli incontri occasionali con un connazionale o un altro
fedele della stessa confessione religiosa. Tutti gli immigrati, africani o
asiatici, a prescindere dalla loro religione di appartenenza e dal grado
della loro osservanza rituale, non hanno mai presentato problemi o esigenze
particolari in materia religiosa o culturale, cercando piuttosto di
concentrarsi sull’obiettivo primario che li ha condotti fino in Italia dove
hanno trovato una terra di positiva accoglienza. I loro veri problemi
nascono semmai dallo sfruttamento al quale possono essere oggetto da parte
di alcuni datori di lavoro o proprietari di case che speculano
irregolarmente sulle loro esigenze di ambientamento. I casi di razzismo e di
discriminazione, pur essendo presenti sul territorio nazionale, non sono
molto diffusi e il pretesto religioso, etnico o culturale viene utilizzato
in modo strumentale ma superficiale.
Solo una esigua e rumorosa minoranza di
immigrati è venuta in Italia con un’altra strategia: quella di cercare in
Occidente la legittimità delle proprie posizioni fondamentaliste che,
giustamente, nella loro Nazione d’origine non veniva minimamente presa in
considerazione, sia politicamente, perché oltranzista e antidemocratica, sia
religiosamente, perché distante da qualsiasi coerenza e ortodossia
dottrinale. Purtroppo in Europa una diffusa ignoranza della civiltà islamica
e della situazione sociale e politica del Medio Oriente hanno concesso spazi
a queste correnti ideologiche che hanno sfruttato prima l’immigrazione e poi
la democrazia per accreditarsi e ricevere consensi come musulmani
perseguitati dai loro governi d’origine.
E’ infatti paradossale che questa interpretazione formalista e militante
dell’islam abbia ottenuto maggiori
riscontri in Occidente che non in tutto il mondo islamico che ben conosce la
strumentalizzazione e la sete di potere di certi personaggi.
Dopo l’11 settembre improvvisamente
l’umanità ha preso coscienza della malvagità di questi crociati islamisti ed
è tuttora in corso un processo di maturazione politica e culturale che
faccia chiarezza tra veri musulmani e falsi musulmani, tra cittadini
responsabili e autenticamente religiosi e individui arroganti e
mistificatori, tra persone che onorano i valori universali della vita e
gruppi che fomentano la pseudocultura dell’odio, tra uomini e donne che
vivono in forma costruttiva la sintesi tra tradizione e modernità e
criminali che attentano alla sicurezza e all’equilibrio internazionale, tra
saggezza orientale e folclore tribale, tra spiritualità costruttiva e
irrazionalità distruttiva.
Spetta probabilmente a noi musulmani
europei favorire questa crescita interna, armoniosa integrazione, chiarezza
pubblica e sensibilità istituzionale per evitare sia i buonismi demagogici
nei confronti di chi è disonesto e ipocrita ma anche le demonizzazioni
indiscriminate nei confronti di una intera civiltà interculturale e di una
minoranza religiosa che conta nel mondo un miliardo di fedeli e 14 secoli di
storia illuminata. L’educazione e la cultura, il dialogo e la cooperazione
sono le armi a nostra disposizione per la conoscenza e la coesistenza
pacifica.
Nella delicata duplice
veste di Consigliere del Ministro dell'Interno e Ambasciatore dell'Islam
presso il Vaticano, quali sono le difficoltà o le differenze nel mediare, da
una parte con uno Stato laico come l'Italia e dall'altra con uno Stato che
è espressione di una religione come, nel caso di specie, quella
cattolica per il Vaticano?
I musulmani in Occidente devono imparare a
svolgere il loro ruolo consapevoli di questa complementarietà che esiste da
secoli tra Stato e Religione. La laicità dello Stato italiano impone nella
sua neutralità il rispetto del pluralismo e la attiva partecipazione dei
fedeli alla crescita del Paese.
La Santa Sede rappresenta uno Stato confessionale, capitale della cristianità
cattolica, e ci invita a rapportarci con un’attenzione religiosa, spirituale
alla fratellanza tra i popoli e le culture, senza sincretismi o confusioni
politiche ma con uno spirito di apertura che sappia orientarci verso una
pace interiore ed esteriore condivisa da tutti i credenti e i non credenti.
Le difficoltà nascono quando la laicità
dello Stato si trasforma in laicismo e pretende di legiferare discriminando
la pratica del culto e ostacolando la libertà religiosa o la equa dignità
delle varie confessioni di essere organizzate, conosciute e rispettate.
Altre volte si è verificata una confusione di ambiti e di metodi
d’impostazione accomunando le religioni alle sette o confondendo il processo
d’integrazione degli immigrati con le religioni. Da parte del Vaticano,
spero in un rilancio del dialogo sulle nuove basi di Papa Benedetto XVI,
dove soprattutto ebrei, cristiani e musulmani possano lavorare insieme per
disegnare nuove prospettive di convergenza verso il sacro nella vita e nel
mondo.
Nei Suoi numerosi incontri internazionali e istituzionali, quale è stato
l'incontro che Le ha suscitato maggiore emozione ?
Il pellegrinaggio
alla Mecca, la visita a Medina e a Gerusalemme rappresentano senz’altro
momenti particolarmente profondi del mio viaggio nel mondo.
A livello di
incontri istituzionali ricordo con emozione quello avuto a Rabat con il Re
del Marocco Hassan II, padre dell’attuale monarca Muhammad VI, durante le
cerimonie religiose del mese di Ramadan al Palazzo Reale. La pregnanza della
sua sensibilità spirituale, il suo profondo interesse per gli
approfondimenti intellettuali, la sua finezza nella gestione politica e
lungimirante di una Nazione e il suo senso di responsabilità religiosa come
discendente del Profeta e erede del titolo di Principe dei Credenti
rappresentano tuttora per me un grande insegnamento.
Recentemente il Governo americano ha invitato per un Summit i rispettivi
rappresentanti islamici dei vari Paesi. Presidente Yahya, quale è stata la
Sua impressione in questo importante incontro?
Si è trattato di
una esperienza intensa e molto interessante. Nello spazio di tre settimane
una delegazione di giovani leaders musulmani europei ha visitato 6 Stati e
città diverse (Washington, New York, Detroit, Los Angeles, Austin e
Charlotte), incontrando politici, religiosi e rappresentanti della società
civile. E’ stata una occasione di conoscere il modello americano di vita e
di multiculturalità, imparare alcuni interessanti aspetti della loro visione
politica e apprezzare il grande valore della libertà e le complesse sinergie
tra razze, cultura protestante e unità nella diversità del popolo americano.
China Town, Little Italy, Harlem, le periferie arabe di Detroit con la più
grande moschea sciita d’America, l’apertura sull’Oceano della California con
la vicinanza dei sudamericani di origine ispanica, il West texano, la
politica conservatrice e i teocon, tutti aspetti di una umanità che vive,
studia, lavora, prega e produce seguendo uno stile diverso da quello
europeo, affascinante e in alcuni aspetti all’avanguardia rispetto
all’Italia. In altri aspetti, come quello culturale, capisco che siano gli
americani a imparare dall’Italia …
Per quello che
riguarda la presenza delle varie organizzazioni islamiche negli Stati Uniti,
il dato più rilevante che emergeva erano i danni che avevano condiviso con
il resto degli americani per l’azione terroristica di Al-Qaeda e il rischio
di diventare l’oggetto di una islamofobia. La vicinanza delle istituzioni ha
permesso una maggiore salvaguardia della loro identità.
Una ultima domanda dott. Pallavicini, il Presidente Mobarak, considerato dal
mondo espressione dell'area moderata islamica, sollecita pace e il dialogo
nei Suoi discorsi ed incontri con i Capi di governo di tutto il
Medio-Oriente. Quanto secondo Lei questo messaggio di pace viene recepito e
che cosa prevede per il futuro riguardo ai rapporti tra la religione
islamica e Chiesa cattolica?
La Repubblica
Araba
d’Egitto rappresenta un luogo di osservazione di grande importanza per
valutare lo sviluppo politico e sociale dell’area del Mediterraneo. Senza
dubbio il Presidente Mubarak come il Presidente della Tunisia Ben Ali hanno
saputo governare i loro Paesi facendo maturare con equilibrio le abitudini
della generazione precedente particolarmente radicata in una prospettiva
tradizionale della vita e della Nazione e gli impulsi frenetici
dell’Occidente contemporaneo. Si è trattato di concepire un nuovo modo di
relazionare la religione con la politica e nello stesso tempo arginare le
derive nostalgiche dei fondamentalisti che, proprio in Egitto, hanno
assassinato ben due Capi di Stato: il socialista Nasser e il liberale Sadat.
La moderazione
presente in questi Paesi è dunque un successo politico che nasce dalla
valorizzazione delle virtù di moderazione presenti in ogni civiltà che non
si lascia inquinare dagli eccessi o dagli estremismi e che sia nello stesso
tempo aperta al confronto e allo sviluppo con gli inevitabili cambiamenti
del tempo. Certo, gli egiziani vivono in un’area molto delicata dove i
rapporti con Israele e la Palestina sono spesso condizionati proprio dagli
istinti suicidi o dall’emotività di chi interpreta la politica come
strumento di prevaricazione o ritorsione violenta.
Da religioso che
ha avuto l’onore di visitare ancora di recente lo Stato d’Israele e vedere i
segni delle atrocità commesse dai nazisti durante l’ultima guerra in Europa
nei confronti di una comunità religiosa, sono convinto che bisogna investire
per dare un segnale chiaro e concreto di amicizia e collaborazione tra
ebrei, cristiani e musulmani in Europa e impedire che i palestinesi siano
costretti a scegliere tra corrotti e integralisti ma piuttosto venga loro
permesso di costruire proprio dalle nuove generazioni una società viva in
grado di formare i propri dirigenti e governanti senza rancori e complessi
di persecuzione.
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