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Corrado Siricano Direttore rubrica "Amici di Sofia" |
Amici di Sofia: La Filosofia Marco Viscomi: La "Squilla" urgente ad un presente da rileggere nel nome del domani.
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Nacque nel 427 ad Atene, da famiglia aristocratica; intorno ai vent'anni fu allievo di Socrate. Scomparso Socrate, Platone si trasferì a Megara e quindi, rientrato in Atene, iniziò la sua attività letteraria. Compì molti viaggi, e tornato ad Atene, fondò intorno al 387 l'Accademia, comunità religiosa che richiama quelle pitagoriche viste nell'Italia meridionale e scuola filosofica erede della tradizione socratica. Continuò la sua intensa attività, affidando all'ultima opera, Le leggi, e all'insegnamento orale, riportatoci da Aristotele, gli ultimi sviluppi del suo pensiero. Morì nel 347 a. C. a ottant'anni, lasciando la guida dell'Accademia al nipote Speusippo. Di Platone abbiamo 35 Dialoghi e 13 Epistole, di dubbia autenticità fin dall’antichità; oggi si riconoscono autentici 28 dialoghi e 4 epistole, di cui la settima è l'unica filosoficamente interessante. Importante è stabilire la cronologia dei dialoghi, essi oggi sono divisi in tre gruppi, che corrisponderebbero approssimativamente alle diverse tappe dell'evoluzione del pensiero di Platone. Un primo gruppo di dialoghi, detti “della giovinezza” o “socratici” è quello che Platone scrisse poco dopo la morte di Socrate e sembra rispecchiare maggiormente il pensiero del maestro. La prima opera è l'Apologia di Socrate, 396, e consistente in un discorso di autodifesa tenuto dal maestro davanti ai giudici; nel Critone Socrate, proprio per non disprezzare le leggi di Atene, preferisce la morte a una facile evasione dal carcere. I temi sono quelli della virtù e della vera sapienza: per Socrate, che inizia e conduce la discussione, la virtù si risolve nella scienza del bene e del male, nella ricerca razionale; i suoi interlocutori, che sono in genere personaggi della cultura e della vita politica, soprattutto “sofisti”, danno il nome ai dialoghi: Carmide, Lachete, Liside, Protagora, Gorgia, Eutifrone, Menone, Eutidemo. Essi sono inizialmente sicuri delle proprie convinzioni: Socrate finge di non sapere e, con una serie di domande serrate, mette in crisi tale sicurezza, mostrando l'unilateralità e la contraddittorietà delle loro tesi, suscitando il dubbio e il desiderio di ricercare. In tale procedimento consiste l'“ironia” socratica; ma, da questa parte negativa, Socrate ne svolge una positiva, mostrando che ciascuno sia in grado di “partorire” da sé la verità, intesa come conoscenza universalmente valida, con l'aiuto dell’arte “maieutica”, dalla madre levatrice. L'esigenza della ricerca e l'affermazione del valore di una conoscenza universale e necessaria non bastano a Platone, che vuole dare un fondamento oggettivo a tale conoscenza, radicato in una profonda realtà. Già nell'Eutifrone e nel Menone egli abbozza la teoria delle idee, che segna il suo distacco dal pensiero socratico e che è al centro di tutta la sua riflessione. I dialoghi della piena maturità sono quelli in cui egli costruisce il suo sistema, ricavandone le possibili conseguenze anche di carattere etico-politico: il Cratilo, sul linguaggio, Il Convito, sull'amore, il Fedone, sull'immortalità dell'anima e soprattutto La repubblica, in dieci libri, che è il maggiore degli scritti di Platone. Il fondamento dell'universalità e della necessità dei nostri concetti è costituito dalle “idee”, modelli eterni e immutabili, concepiti come essenze incorporee, con propria realtà oggettiva, puramente intelligibile, in un mondo, l’iperuranio diverso dal sensibile, che è soltanto copia della vera realtà. Se cerchiamo di stabilire in modo scientifico che cosa sia il bello o che cosa sia il giusto, non possiamo riferirci alle singole cose del nostro mondo sensibile, che è sempre mutevole, né ci bastano opinioni approssimative, occorre guardare al bello in sé e al giusto in sé, qualcosa che è sempre identico a sé, ed è tale in quanto è l'essenza ideale del bello o del giusto: solo per partecipazione a tale essenza le singole cose belle sono belle, e le azioni giuste sono giuste. Oggetto della filosofia, scienza suprema, è proprio la contemplazione di tali essenze ideali, che sono stabili e non mutano con il divenire dell'esperienza. Rifacendosi alla tradizione orfico-pitagorica, che affermava l'anima immortale e più volte nascente, Platone sostiene che l'anima ha contemplato le idee in una vita anteriore, ma, entrando nel corpo, le dimentica: nel venire a contatto con le cose materiali, riesce a ricordarle, a ritrovare in sé il vero sapere, che non deriva quindi, dall'esperienza, ma è solo una reminiscenza, anamnesi. Il corpo è un impedimento alla scienza e all'anima: la vita del sapiente acquista il carattere di una preparazione alla morte, che è liberazione dell'anima e della scienza dai vincoli corporei. Per spiegare quale sia la reale condizione originaria dell'uomo e attraverso quali tappe si riesca a liberare, Platone nella Repubblica si serve di un'immagine, il “mito della caverna” : gli uomini sono prigionieri incatenati in una caverna, con le spalle rivolte alla luce che giunge dall’esterno, essi riescono a vedere solo le ombre proiettate sulla parete da chi passa: gli oggetti della sensazione sono appunto come queste ombre che i prigionieri scambiano per veri oggetti, mentre, quando se si liberano dai ceppi ed escono dalla caverna, possono vedere le cose vere, gli oggetti intelligibili. Il processo conoscitivo per cui si risale dalle immagini delle cose alle cose singole, nel mondo sensibile, e dalle nozioni matematiche alle idee, nel mondo intelligibile, costituisce la dialettica della scienza, che dalla molteplicità tende all'unità; il grado più alto della conoscenza è l'intelligenza intuitiva (nûs), che coglie l'unità assoluta dell'idea, superando l'intelligenza discorsiva (diánoia), che procede, per molti intermediari, dalle ipotesi alle conseguenze. Lo stesso mondo intelligibile riceve la sua unità dall'idea del bene, principio e causa della scienza e della verità conosciuta: pur essendo un'idea, il bene sta al di là di ogni altra essenza e della conoscenza stessa. Alla teoria delle idee si ispirano la concezione politica e psicologica di Platone: la struttura di uno Stato e l'anima dell'individuo sono organizzate alla stessa maniera. Come la vita dell'uomo giusto si realizza nell'armonica contemperanza delle parti dell'anima, così lo Stato è ben ordinato quando in esso domina la giustizia. Alle tre funzioni dello Stato, governo, difesa, economia, Platone fa corrispondere tre classi sociali: reggitori, soldati, produttori, proiezione delle tre parti dell'anima: la ragione, la volontà, gli appetiti. I reggitori devono essere i filosofi, che, educati dalla dialettica, sono in grado di governare lo Stato poiché capaci di autogovernarsi. Per potersi dedicare al servizio della comunità, i reggitori non devono avere proprietà individuali, né formarsi una famiglia: i loro figli verranno allevati dallo Stato; ma queste norme non valgono per la massa della popolazione, dedita al lavoro e agli affari.
Per la successione cronologica degli ultimi dialoghi, dopo la Repubblica, c'è un accordo tra gli studiosi. Essi sono nell'ordine della loro composizione: il Fedro, il Parmenide, il Teeteto, Il sofista, Il politico, il Timeo, il Crizia, il Fileboe e Le leggi. In questi dialoghi, tranne che nel Fedro, nel Teeteto e nel Filebo, Socrate non è più l'interlocutore principale; perciò anche da un punto di vista esteriore Platone mostra di essersi distaccato dalla problematica socratica. Da un lato il mondo ideale, che per influenza del pensiero di Parmenide era stato concepito in netto contrasto con il mondo sensibile, rischia di essere considerato come del tutto estraneo all'esperienza, senza possibilità di determinare lo sviluppo conoscitivo ed etico dell'uomo: se le idee vengono definite nella loro unità e purezza assolute, non si vede in che modo possano stare in relazione tra loro, con il mondo sensibile e con la mente umana, Parmenide. D'altro lato, le critiche mosse alla dottrina eracliteo-protagorea della conoscenza come sensazione, rimangono valide e convincono Platone a mantenere la teoria delle idee, riesaminata, Teeteto. Occorre una mediazione fra il mondo ideale dell'essere e la conoscenza umana: per ciò la dialettica si trasforma, dal procedimento dell'unificazione al procedimento della differenziazione, che permette di indicare le relazioni di inclusione e di esclusione in cui si trova ciascuna idea con le altre, Il sofista. Discendendo dall'unità alla molteplicità, si attribuisce una qualche realtà alle forme “miste”, cioè al finito inteso come proporzione e misura, governato dal numero, Il politico, Filebo. In campo etico questo mutamento di prospettiva è evidente: mentre nel Fedone il fine dell'uomo era un completo distacco dal corpo e dai sensi, nel Filebo è una “vita mista secondo misura”, una mescolanza di piacere e di uso dell'intelligenza. Platone, nel Timeo, pur senza condividere il naturalismo dei presocratici, accoglie da essi molte dottrine, rielaborandole in una generale concezione finalistica, che si contrappone al meccanicismo di Democrito. Egli sceglie ancora la forma del mito per esporre: un demiurgo, un divino artefice, ha plasmato e ordinato il mondo e, prendendo a modello le idee, ha ridotto l'informe originario alla regola e alla misura. Il mondo della natura diviene una realtà mista, in cui al mutevole e al transeunte si mescola la razionalità delle forme pure, ed essendo organicamente concepito e disposto, possiede una sua anima, molteplice e una. Anche in campo politico Platone abbandona il modello ideale dello Stato, che nella Repubblica era al di là dell'esperienza umana, ma propone nelle Leggi una costituzione politica in cui, considerando le leggi che precedentemente hanno governato gli Stati, possano contemperare in una giusta misura l'esigenza dell'autorità e quella della libertà, una misto di monarchia e di democrazia. L'Epistola settima conferma che l'esigenza di portare razionalità e ordine nella comunità restò sempre il primo obiettivo della speculazione platonica in tutto l’arco del suo svolgimento. Tale ricerca si arricchì nel tempo di altri motivi, derivati sia dalla filosofia precedente, sia da credenze religiose orfico-pitagoriche. Ma il pensiero platonico non è soltanto la sintesi delle diverse correnti della cultura greca di quel periodo; è soprattutto una tappa fondamentale nello sviluppo della riflessione filosofica, perciò è stato detto che la successiva storia della filosofia è in gran parte una storia delle interpretazioni di Platone e delle reazioni davanti al platonismo. La ricchezza della sua opera di pensatore è resa meglio dall'arte dello scrittore. Platone è il primo che usa la forma letteraria del dialogo, perché non ammette che si possa chiudere la vita del pensiero, che è ricerca continua, in una forma cristallizzata, come può essere un trattato, ma vuole rappresentarla nella sua dinamicità. Il dialogo platonico non è un mero artificio didascalico, come sarà in quasi tutti gli autori che vorranno imitarlo, perché non vengono semplicemente messe a confronto opinioni e dottrine, ma appaiono vivamente rappresentate, in forma veramente drammatica, le personalità e i caratteri di coloro che discutono. La prosa di Platone, di grande vivacità e perfezione linguistica, si adatta con estrema duttilità sia al rigore dell'astrazione sia agli slanci poetici, all'eloquenza dei discorsi solenni come all'ironia e al sarcasmo. In essa non c’è sforzo o artificio: il cambiamento di tono, la preferenza data a un certo genere di rappresentazione o di esposizione non è mai un puro gioco letterario, ma è sempre giustificato dall'argomento trattato e dall'intenzionalità filosofica dell'autore.
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Prof. Corrado Siricano 16.08.2009
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