PLATONE SCOPRE IL MONDO DELL'INTELLIGIBILE

Corrado Siricano Direttore rubrica "Amici di Sofia"

 

Amici di Sofia: La Filosofia

Socrate

Platone

Marco Viscomi: La "Squilla" urgente ad un presente da rileggere nel nome del domani.

 

 

 




In Grecia, ai tempi delle storiche Artemisio e Salamina (480 a.C.), esistevano due tipi di imbarcazioni, ciascuna caratterizzata da un proprio meccanismo locomotorio. Le navi pescherecce e mercantili si spostavano con la sola possibilità ridotta fornita dalle loro vele, sospinte dal capriccio del vento; mentre quelle da guerra, al fine di concedere maggior facoltà di manovra ai marinai, erano mosse unicamente dalla forza delle braccia dei rematori. Platone, nel suo dialogo Fedone, riprende questa realtà ben nota alla quotidianità dei suoi interlocutori, per sottolineare l’esigenza di impegnarsi in una “seconda navigazione” (Fedone, 99 A-102 A), cioè in un filosofare non più generico e impreciso, come similmente era il veleggiare delle navi civili, ma sistematico e meticoloso, come invece appariva l’abile destreggiarsi di una trireme tra gli scogli di un attracco roccioso. Partendo da questa dichiarazione di Platone, assume ancora più rilievo la grande innovazione di pensiero, che si ebbe con il maturare del suo pensiero. Egli trovò che la nostra capacità di conoscere è data da un insieme di archetipi razionali, da lui definiti “Idee”: matrici intellettuali originarie presenti, sin dalla nascita, nella mente di ciascuno. Queste, infatti, risultano preliminarmente esistenti a qualunque nostra successiva esperienza: non vengono formate dal cervello nell’arco dell’esistenza per il semplice fatto che, se non fossero già presenti quali particelle elementari della facoltà di raziocinio, non si potrebbe pensare affatto, né appurare una sintesi intellettuale delle percezioni, tale da formulare alcunché di a loro paragonabile. Né tanto mento sono forgiate dalla semplice facoltà percettiva dei sensi: prova di ciò è il fatto che non tutti gli esseri senzienti sono anche razionali. Questo patrimonio innato, inscritto nei soli neuroni dell’essere umano, Platone preferirebbe dire nella sua “anima razionale”, venne legittimato dal filosofo ateniese, in ordine alla sua presenza fattuale nell’uomo, col mito del Mondo delle Idee (Fedone, 78 B-83 E), posto “al di là del cielo”, per ciò chiamato anche “iper-uranio”, nel quale le nostre anime avrebbero contemplato le realtà pure, intelligibili, che poi si sarebbero apprestate ad esperire materialmente e a riconoscere, ricordando attraverso un processo di “anamnesi”, dei loro prototipi perfetti, una volta incarnatesi in corpi ed entrate in contatto con le realtà empiriche di questo mondo, immagini sbiadite di quello iperuranico. Da questi ultimi dati si evince anche il senso platonico della parola “idea”, valida in una libera traduzione italiana, per “qualcosa che si è visto” e che quindi si riconosce in ciò che gli è simile e ad esso rimanda. Platone, in definitiva, con questa sua intuizione, ha introdotto il mondo dell’intelligibile, dell’a-priori, del pre-concettuale, nel panorama culturale animista, a prevalenza assoluta cosmologica, del suo tempo e della storia del pensiero occidentale tutto. A partire da questa presa di coscienza, possiamo proseguire in una riflessione personale. L’Uomo può essere concepito quale “tabula rasa”, come ebbe a dire il filosofo britannico Locke nel suo Saggio sull’intelletto umano, solo in ordine alla personale esperienza di vita che abbia da percorrere lungo la propria esistenza determinata d’individuo. Ma in quanto a ragione egli esiste ed agisce entro un orizzonte di necessità universale ed antropica, che il Mondo delle idee di Platone seppe individuare e il suo allievo Aristotele ebbe il genio posteriore di argomentare nel suo Organon e nei suoi principi di identità, non-contraddizione e terzo escluso. Tale necessità, valida tanto logicamente, quanto ontologicamente, accomuna tutti gli esseri umani, l’uno dinanzi agli altri, al punto che persino Platone, nel dialogo Menone, comprese come, sia Socrate, sia un qualunque schiavo, fossero entrambi capaci di “ricordare”, cioè di concludere con la propria sola riflessione mentale, senza alcuna postulazione autoritaria iniziale e perentoria, il teorema di Pitagora (Menone, 82 A-85 D), semplicemente indirizzati da un maestro alla scoperta delle implicazioni singole e determinate di questo stato umano conoscitivo generale, sempre valido, delle cose, anche esclusa l’esistenza del figurativo mondo iperuranico.



Marco Viscomi

15.10.2009

 

Atlasorbis.com Registrazione al tribunale di Roma N°375/08 del 29/10/2008