
PROCESSO A SOCRATE “ È giunto ormai il tempo di andare, o giudici, io per morire, voi per continuare a vivere. Chi di noi vada verso una sorte migliore, è oscuro a tutti, tranne che al dio.”
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Corrado Siricano Direttore rubrica "Amici di Sofia" |
Amici di Sofia: La Filosofia Marco Viscomi: La "Squilla" urgente ad un presente da rileggere nel nome del domani. Platone scopre il mondo dell'intelligibile I misteri orfici di Pitagora e Platone
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L’attività filosofica di Socrate si svolse interamente all’interno del quadro politico dell’Atene democratica, negli ultimi decenni del V secolo. Come è noto alla fine del secolo Atene fu sconfitta, di questa sconfitta e dell’appoggio spartano, tentò di approfittare l’ala estremistica ateniese, con il colpo di Stato del 404 capeggiato da Crizia. Ne seguì l’istituzione di una tirannide oligarchica, che passerà alla storia con il nome “i Trenta Tiranni”. Fra i trenta oligarchi che compongono il consiglio vi sono due zii di Platone: Carmide e Crizia. Il regime instaurato dai Trenta fu di terrore, un susseguirsi di arresti ed esecuzioni arbitrarie. Il clima fra la fazione aristocratica e quella democratica è feroce: in otto mesi vengono giustiziate o assassinate 1500 persone, per lo più a causa di odi personali o allo scopo di derubarne il patrimonio. Nell’anno successivo un gruppo di democratici, guidati da Trasibulo riuscirono a rovesciare il governo dei Trenta e l’Attica venne divisa in due: uno Stato con ordinamenti democratici ad Atene ed uno filospartano con ordinamenti oligarchici ad Eleusi. Sebbene ad Atene venisse votata un’amnistia generale per cercare di sopire gli odi feroci che dividevano i cittadini, la guerra civile continuava ad essere nell’aria, nonostante gli sforzi di Trasibulo per far rispettare rigorosamente l’amnistia. In questa atmosfera matura il processo a Socrate (399). Perché si voleva colpire Socrate? Il filosofo di Atene intendeva "tirar fuori" ai suoi allievi pensieri assolutamente personali, con la così detta “arte della maieutica”, al contrario di quanti volevano imporre le proprie vedute agli altri con la retorica e l'arte della parola, come facevano i sofisti. Da ciò deriva l’imputazione formale: “Socrate è accusato di corrompere i giovani”. Il suo insegnamento, la sua ricerca filosofica avevano certamente rappresentato un sintomo di malessere sociale, nella loro critica contro la democrazia, contro la cultura della città, contro la mancanza di finalità morali nella gestione della politica della città. Sintomi di malessere comparivano del resto, anche nella sofistica di Ippia e Antifonte. A differenza dei Sofisti, Socrate aveva interpretato questo malessere alla luce delle grandi filosofie aristocratico-sacerdotali; il suo insegnamento, anche al di là delle sue intenzioni, era stato usato strumentalmente dagli spregiudicati aristocratici alla cui cerchia egli era legato, Crizia per primo. Platone nell’Apologia fa pronunciare a Socrate parole d’accusa verso i poeti comici, i quali avevano fatto sì che il suo pensiero venisse confuso con quello dei sofisti. Il processo si tenne nel 399 a.C. innanzi a una giuria di 501 cittadini di Atene; com'era da aspettarsi per una figura come quella di Socrate fu atipico: egli si difese contestando le basi del processo, anziché lanciarsi in una lunga e pregevole difesa o portando in tribunale la sua famiglia per impietosire i giudici, come di solito si faceva. Fu riconosciuto colpevole per uno stretto margine di voti appena trenta. Dopodiché, come previsto dalle leggi dell'Agorà, sia Socrate che Meleto dovettero proporre una pena per i reati di cui l'imputato era stato accusato. Socrate propose ai giudici di essere multato con una ammenda simbolica, “una lira d’argento”, la proposta di Meleto invece fu di condannarlo a morire mediante l'assunzione di cicuta. Era pratica diffusa auto esiliarsi dalla città pur di sfuggire al giudizio, ed era probabilmente su questo che contavano gli stessi accusatori. Socrate dunque intenzionalmente irritò i giudici, che non erano in realtà mal disposti verso di lui. Ma perché lo fece? Socrate in effetti aveva già deciso di non andare in esilio, in quanto anche fuori di Atene avrebbe persistito nella sua attività: dialogare con i giovani e mettere in discussione tutto quello che si vuol far credere verità certa. Inoltre il suo incrollabile rispetto per la legge della polis, nella più pura tradizione soloniana, non gli permise di violare le norme della convivenza politica e accettò la sentenza di morte. Morto Socrate, il suo insegnamento risultò tuttavia vincente; ma esso si scisse in due filoni, i quali ne tradivano lo spirito orinario, proprio perché ora veniva isolato e separato quel che Socrate aveva tentato di tenere unito. Da una parte, sopravisse di quell’insegnamento il richiamo ai diritti dell’anima individuale, lo scetticismo del saggio di fronte ai valori della società in cui vive, il progressivo isolamento del filosofo sia dal sapere scientifico sia dalla politica. Di questo filone si fecero eredi i cosiddetti socratici minori, in primo luogo i Cinici; insieme con la sofistica di Ippia e Antifonte, esso confluì più tardi nello scetticismo da una parte e nello stoicismo dall’altra. Ma questo modo di recepire Socrate lasciava cadere il suo legame intrinseco con la vita della polis, trascurandone il suo momento fondamentale, propriamente teorico, ovvero la concezione della virtù come sapere, della filosofia come ricerca del bene e della verità. Quest’ultimo aspetto veniva invece fatto proprio dalla seconda che è la corrente maggiore delle filosofie che si richiamano a Socrate; ovvero la filosofia aristocratica e idealistica di Platone. Essa sviluppò fino in fondo il metodo socratico, sia nei suoi aspetti logici sia nella connessione di bene e verità che gli era propria.
“Io invece credo, o carissimo, che sarebbe meglio che la mia lira fosse scordata e stonata, e che lo fosse il coro che io dirigessi, e che la maggior parte della gente non fosse d'accordo con me e mi contraddicesse, piuttosto che sia io, anche se sono uno solo, ad essere in disaccordo con me stesso e a contraddirmi.” Egli ha dimostrato questo fino alla morte, anche perché : “Non sono un ateniese o un greco, ma un cittadino del mondo.”
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Fiorella Vaccari 16.11.2009
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