
LA "SQUILLA" URGENTE AD UN PRESENTE DA RILEGGERE IN NOME DEL DOMANI |
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Marco Viscomi |
Amici di Sofia: La Filosofia
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Come promesso all’inizio della nostra rubrica accogliamo riflessioni, analisi e considerazioni che abbracciano lo sconfinato mondo della Filosofia.Il primo amico di “Sofia” che ha voluto inviarci una sua riflessione filosofica è Marco Viscomi, giovane cultore della classicità e della geografia della Storia antica, autore di un’interessante raccolta di poesie, Crisalide, edita da EMA’S 2009. Prof. Corrado Siricano - Direttore rubrica "Amici di Sofia" Non abbiamo più il diritto di vegetare inermi in questa vita. Non possiamo più arrogarci il lusso di morire a poco a poco nella nostra indifferente monotonia, che ormai, dimentica dei valori originari e più veri, disvela solo amarezza e finitudine. Cerchiamo, con serenità e realtà, di ritornare ad una “pagina” che “sa di uomo” (Marziale, Epigrammi, X, 4 v. 2:“hominem nostra pagina sapit”). Non alzo questo grido rivolto solo alla mia giovane generazione, ma rievoco nella memoria anche quella manifestata dalle precedenti, scrutando quelle logicamente future, se lasciate stagnare in un invariato humus di umanità globale, degradato ed in preda all’involuzione. I nostri padri ci lasciano un mondo confuso ed inebriato da un disordine riformatore o pseudo-rivoluzionario, che avrebbe dovuto contrapporre ad un sistema totalitarista e coloniale non solo lo scontro e la faida legittimi, ma anche un altro alternativo e valido e, non tanto “immortale” e “perfetto”, caratterizzazioni queste inattuabili e scadute nel fanatismo retorico di parte, quanto umano e concretizzabile, attraverso l’unione dei valori classici (si noti bene l’attributo impiegato, rappresentante un’intenzionalità di riguardo e rispetto da doversi tributare immutabilmente ed unanimemente ad una nostra linea storica indelebile, da non confondersi con la categorie incancrenita del “vecchio” e dell’“antico”, ma da rilevarsi quale unica stagliata verso l’eterno) con le esigenze storiche e sociali contemporanee di progresso culturale ed antropico (inerente, cioè, la “cultura”, “coltivazione”, “crescita” dell’uomo completo di tutte le sue sfaccettature e sfumature) e non di regresso atrofizzante, ripiegato sul cinismo e sul nichilismo. I nostri figli cosa riceveranno in eredità da noi? Quale lascito presso loro gli consentirà di pronunciare l’“ardua sentenza” sul nostro operare presente? Le voci autorevoli in merito sono svariate, ma le prospettive intraviste quasi costantemente nefaste. Non sta a me azzardare un’ennesima previsione, peraltro di sicura fallacità. Con Montale mi sento di dire: “non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato” (Ossi di seppia). Ma un pensiero sorge spontaneo e si afferma nella sua semplicità quasi banale. Se il porsi di un istante di cronaca, secondo l’inesorabile incedere della necessità temporale e circostanziale, non tende a farsi sintesi di ciò che lo abbia originato, configurato e condizionato, attraverso quella critica a posteriori, che va affermata quale sua propria antitesi (cioè non come negazione di questa, ma come negazione della sua negazione, come superamento positivo di un qualcosa che, uscito fuori di sé, si auto-comprende interamente e, tornato in sé, si legittima completamente in sé e per sé), quella precisa particola di effettualità si dilegua ancor prima di entrare a far parte di quell’organico momento storico, che le conferisca senso e pienezza. La dialettica triadica hegeliana, subito sopra applicata alla questione, si coniuga brillantemente, in ambito primariamente sociale, piuttosto che puramente filosofico, con la geniale intuizione del Verga, per il quale solo uscendo dalla “immensa fiumana del progresso” si può comprendere la vita (I Malavoglia, Prefazione): solo astraendosi, temporaneamente, da ogni processo attuale, si diviene in grado di carpirne totalmente l’essenza, una volta che vi si è nuovamente immersi dentro. Come rispondere, allora, alle domande non retoricamente poste prima e rileggibili alla luce di quanto detto sinora? Reputo che i nostri posteri erediteranno ciò che noi attivamente, ma, purtroppo, anche non necessariamente con giustizia e bontà, avremo deciso e scelto da ora, nel nostro presente, per il nostro futuro, il loro presente. Proprio per questa ragione non è più concesso a nessun uomo e donna di buona volontà di tacere od oziare. Abbiamo bisogno di essere sapienti interpreti dei nostri incalzanti tempi, attenti ascoltatori della nostra discreta coscienza, personali testimoni di verità e legalità. L’impegno pressante e non oltre più derogabile consiste nel ritrovare le radici del nostro pensiero e del nostro essere, per riscoprirci come individui, affermarci responsabilmente quali soggetti e autenticarci finalmente come persone quali tutti siamo.
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Marco Viscomi 16.05.2009
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